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La legge del Dharma

La parola dharma è comune nelle principali filosofie e religioni di origine indiana: Sanātana Dharma (Induismo), Buddha Dharma (Buddismo), Jain Dharma (Giainismo) e Sikh Dharma (Sikhismo). Viene tradotta come “legge eterna” in quanto la radice sanscrita “dhr”  significa “sostenere” o “ciò che è parte integrante di qualcosa” a significare che il dharma rappresenta il principio, l’essenza propria di ogni entità. Lo zucchero è dolce, il fuoco caldo, mentre il dharma personale è l’adempimento dei doveri che sostengono la realizzazione dell’individuo in armonia con l’ordine dell’universo.

Lo scopo dell'esistenza

Nella visione induista, considerata in questo breve testo, il Purushartha descrive i quattro scopi dell’esistenza umana che guidano la vita sul piano materiale e spirituale verso la liberazione (artha, kama, dharma e moksa).

Dharma ha a che fare con il significato dell’esistenza in relazione all’universo e al divino. La “legge eterna”, va oltre i sistemi di credenze temporanee ma tuttavia è definita nell’esperienza umana da un complesso di principi e doveri di ordine sociale, etico e religioso. Principi e doveri che possono essere diversi in base a differenti condizioni dell’individuo come: il ruolo, il genere, le fasi della vita o il livello spirituale. Ne risulta che vi sono più codici che descrivono i doveri, generali e individuali, del dharma.

Samanya-dharma: indica principi e doveri comuni a cui tutti devono attenersi per realizzare la natura spirituale del proprio Sé più alto, Atman. Le prescrizioni del Samanya-dharma hanno a che fare sia con i concetti dell’etica, come: la veridicità, la non violenza, la purezza, la buona volontà, la misericordia, la pazienza, la tolleranza, l’autocontrollo e la generosità, sia con i fondamenti di ordine spirituale e religioso.

Vishesha-dharma: indica i doveri che devono essere assolti in relazione alla propria natura individuale (condizioni fisiche, attitudini o capacità proprie) e che sono specifici per ciascuno in un particolare momento della vita. Il Vishesha-dharma riguarda la natura condizionata dell’esistenza,  il percorso di evoluzione dell’individuo attraverso l’adempimento del proprio ruolo materiale (varna) e la realizzazione dello scopo spirituale nelle diverse fasi della vita (asrama). I varna sono riferiti ai doveri dei sociali, come la famiglia e la comunità, mentre gli asrama riguardano i doveri spirituali nelle quattro diverse fasi della vita di cui l’ultima, (sannyasa) è quella di rinuncia e completa dedizione all’assoluto.

Il Toro del Dharma

Nello Śrimad Bhāgavatam, uno dei grandi Purana, le qualità del dharma sono rappresente simbolicamente dalle quattro zampe del toro Vrishabha:  tapas, shaucha, daya e satya, il cui significato può essere tradotto come: austerità, pulizia, gentilezza e verità. Queste qualità reggono il dharma anche se, nell’attuale oscura era del kali-yuga, Vrishabha si sostiene su una sola zampa, satya.

  • Tapas, rappresenta il duro lavoro, l’austerità, l’abnegazione, l’autocontrollo e la fermezza necessarie per raggiungere gli obiettivi dell’esistenza. Tapas accresce la forza di volontà dell’anima, e quindi il distacco dalla mente e dal corpo.
  • Saucha, è la “pulizia della mente”, la ricerca per rimuovere le infermità che offuscano il giudizio. Alcuni dei principi sono: retta visione, onestà, correttezza, autocontrollo, onore, etica, morale, scrupolosità e sincerità.
  • Daya, è la “gentilezza”, intesa come l’opposto dell’egoismo, come fiducia, carità, non violenza, altruismo, empatia, preoccupazione per gli altri e per la comunità.
  • Satya, il quarto sostegno del dharma, è la pratica della verità attraverso la quale è possibile mitigare l’illusione, acquisire la corretta visione ed esprimere qualità come: autenticità, genuinità, legittimità e l’affidabilità.

Ricordare i principi

Per ricordare in modo semplice i principi del dharma, l’induismo indica cinque ambiti fondamentali, dove il rispetto della “legge eterna” costituisce un merito per favorire l’estinzione di una sorta debito individuale verso l’universo.

  • Il primo ambito riguarda il divino; il debito si estingue con la preghiera, le pratiche spirituali, la devozione e il culto.
  • Il secondo ambito ricorda la necessità del rispetto di maestri e saggi che mantengono la conoscenza; i loro insegnamenti guidano gli individui nella vita, nello studio e nelle discipline spirituali.
  • Il terzo attiene alla linea famigliare che deve essere curata e rispettata attraverso l’attenzione a coloro che ci sono vicini e la memoria degli antenati.
  • Il quarto ambito riguarda l’umanità di cui è necessario prendersi cura attraverso l’aiuto al prossimo e l’impegno nel servizio sociale e spirituale nella comunità.
  • L’ultimo aspetto attiene la natura; tutta la creazione deve essere trattata come un’estensione del divino che è in tutti gli esseri viventi, questo karma viene ripagato prendendosi cura della natura e degli animali.

 

La via spirituale

La via del dharma intrapresa attraverso l’adesione ai principi della “legge eterna” diviene un percorso di comprensione e di evoluzione personale tanto più profonda quanto più è rilevante il ruolo e la crescita individuale sul piano spirituale e religioso. La relazione con il divino influisce profondamente sui principi della “legge eterna”.   “Il dharma è un ordine universale da cui deriva la legge etica e spirituale dell’umanità che diviene religione quando l’individuo incontra il divino, allora i doveri della fede prevalgono su tutti gli altri doveri”.

Sul campo di battaglia di Kuruksetra, prima che lo scontro inizi, il guerriero Arjuna si chiede se sia giusto combattere contro uomini che conosce e apprezza. Il suo conflitto interiore nasce dalla difficoltà di capire quale sia l’azione corretta; combattere amici e parenti oppure ritirarsi. Persino con il divino Krishna accanto a sé, Arjuna non comprende quale sia la giusta via: “come, nel corso della battaglia respingere con le mie frecce uomini degni della mia venerazione? Preferirei mendicare. Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se li uccidessi, perderei il gusto di vivere. Sono confuso sul mio dovere e ho perso ogni contegno” (Bhagavad Gita 2.20). Krishna allora indica ad Arjuna la necessità di rispondere al suo proprio scopo anche se apparentemente in conflitto con la “legge eterna”. Poiché il dharma specifico, ossia il dovere prescritto per Arjuna è quello di combattere, egli non può peccare se lo compie come un servizio al disegno universale. Il nesso tra l’azione e l’aspettativa delle conseguenze deve essere scisso. L’intento deve essere puro e l’azione un atto di consapevolezza e devozione scevro dalle aspettative personali. “Considerando eguali il piacere e il dolore, il guadagno e la perdita, la vittoria e la sconfitta, impegnati in questo modo nella battaglia, e non sarai esposto a nessun errore” (Bg 2/38)

In un successivo passo Krishna invita Arjuna a rinunciare ai ragionamenti e i doveri dell’esistenza per arrendersi al suo volere, mostrando il valore assoluto della dedizione al Divino: “Abbandona ogni varietà di dharma e arrenditi semplicemente a Me. Ti libererò da ogni reazione peccaminosa. Non temere(Bg 18/66).